Palazzi storici

Scopri la storia

Scopri i palazzi storici di Brienza

Di seguito trovi la storia dei singoli palazzi storici

Palazzo Conforti (Giampietro)

Leggi di seguito la storia del palazzo

La prima evidenza documentale della presenza della famiglia Giampietro a Brienza data al 1727. Leonardo Giampietro realizzò quell’anno, nella Sala del Refettorio del Convento dei Frati Minori, un affresco raffigurante la Deposizione. L’autore si dichiarò difatti autore dell’opera, firmandosi D. Leonard.’ De Giampietro a Burgentia P. A.D. 1727.

Si può sostenere che l’intero nucleo familiare giunse a Brienza certamente prima del 1709, essendovi quell’anno nato Pietro, figlio secondogenito di Antonio e Catarina Tortoriello.

Nel Catasto Onciario del 1746, Donato Giampietro rivelò di essere medico (dottore fisico) di anni 38, convivente con i fratelli Pietro, pittore di anni 32, Marianna vergine in capillis di anni 27, don Leonardo, fratello sacerdote di anni 47 e D. Giovanni Alessandro, altro fratello sacerdote di anni 25. Possedeva una “casa propria non ancora finita di stanze sei nella Rua dove si dice S. Rocco”.

Il Magnifico Dottore Fisico Donato aveva sposato la Magnifica Agata Menafra, figlia di Angelo e Cristina Vela. Lo status professionale di Donato e il rango della moglie, appartenente ad una delle famiglie più in vista e facoltose del paese, dimostrano che i Giampietro avevano già acquisito un ruolo sociale ed economico di primo piano. Angelo Menafra, padre della moglie di Donato, era difatti figlio di Michele Menafra (nato nel 1637) e Silvia Corrado, nonché cugino del vescovo di Acerno, Domenico Antonio.

Anche la madre di Agata Menafra, Cristina Vela, discendeva da famiglia di grandi sostanze. Il padre Gianbattista, figlio del Magnifico Carlo, aveva sposato Giulia Colonna ed era stato agente generale dei marchesi Caracciolo.

Nel 1745 la famiglia Giampietro fu censita nella casa n. 63 di contrada delle Case Nuove. L’annotazione a margine del nome di Leonardo (1694-1770), figlio delli qq. Ant.o Gio:Pietro e Catarina Tortorello di Calvello, indica la provenienza della famiglia e anche, probabilmente, l’antico cognome: Giovanpietro.

Nel 1783, alla casa 629 di contrada Case Nuove, è presente l’unico figlio di Donato e Agata Menafra: il magnifico Giuseppantonio, nato il 13 marzo 1749.

Intanto, il 15 settembre 1823, Luigi Giampietro, legale domiciliato a Brienza, commissionava a Beniamino Citrolo, M. Nicola Curcio muratori e M. Sabato Rago di Antonio Scarpentiere della Comune di Polla la intera fabrica del palazzo nel luogo detto “Portone della Croce”, per l’estaglio di carlini dieci la canna, compresa la boccatura e il riccio. Rimaneva a carico del committente la fornitura di calce, arena e pietre, mazzacani e (?) nel piazzile esistente nel luogo di detta fabrica, mentre gli appaltatori assumevano pure l’incarico di realizzare cinque bussole per balconi, alti palmi undici e larghi cinque e mezzo; nove per finestre alte palmi otto e larghe palmi quattro, e finalmente bussole per porte alte palmi nove e larghe palmi quattro e mezzo, per l’estaglio di ducati tre per ogni pezzo, compresa pure la mettitura, somministrandosi dal Giampietro tutto il materiale. Più un portone come quello del MV D Giovanni WANCOLLE di Polla per l’estaglio ducati dieci, compresa la mettitura. Il prezzo di 71 ducati copriva i lavori consistenti in un portone di palmi 12 per 6, con lastrone rilevato, zoccolo e cassetta lavorata e grado soglie per balconi di palmi 6 per 3 num. cinque colle ribattite a buchi ad uso di arte, cancellate di palmi due quadrate n. 8, gradini ventiquattro con lastrone di palmi 5 larghi, soglie di finestre di palmi 4 1/2 9 colle ribattite e finalmente il controgrado del portone e nove pietre quadrate di un palmo per sotto le bussole. I lavori avrebbero dovuto essere completati in quattro anni, decorrenti dal 1° agosto 1824, dovendosi la fabrica realizzarsi nei mesi di aprile, maggio e settembre di ogni anno, ben inteso che dovrà essere ripartita tra tutti quattro gli anni. Particolare curioso, Giampietro si obbligava a fornire allo scarpentino due barili di vino1.

Se il termine per il compimento dei lavori fu rispettato, il palazzo dell’attuale Piazza Conforti fu terminato, dunque, nel 1828, ma per il solo primo piano.

Nel Palazzo di San Rocco continuarono a vivere tre fratelli, divisi in tre nuclei: Filadelfo che, senza figli, morì nel 1884; Angelo Maria (morto a Vignola nel 1864, in casa della figlia Teresina che aveva seguito dopo il matrimonio con Giuseppe Maria Stigliano, celebrato nel 1861) con gli altri figli Serafina (1830), Rosina (1833), Giuseppantonio (1835), Gaetano Cataldo (1838) e Maria Cataldina (1841); Donato (1794), che nel 1856 era commorante in Napoli, come impiegato nella Cantatoria della Casa Reale; Gaetano (1795) anche commorante in Napoli come impiegato sul Registro a Bollo, Irene e Mariantonia, entrambe pure commoranti in Napoli.

Con scrittura privata del 23 novembre 1842, i sei germani Giampietro (Angelo Maria, Luigi, Filadelfo, Donato, Gaetano e il prete don Rocco) divisero l’eredità, ad eccezione del palazzo di San Rocco, composto all’epoca d’un solo piano e provveduto di giardino adiacente. Era già iniziata, però, la costruzione del secondo piano, con denaro dei soli fratelli don Rocco, Gaetano e Donato.

Il terremoto del 1857 non diroccò l’edificio, ma ne rese indispensabile la ricostruzione, che avvenne fra il 1858 e il 1862.

Dai capitoli matrimoniali per le nozze del farmacista Rocco Marrone (di Cataldo, anch’egli farmacista, nato e domiciliato a Brienza, e Concetta Barrese, di Marsiconuovo) e Vincenza

Giampietro (di Alfonso), stipulati dal Notaio Michele De Luca il 4 novembre 1904 nella casa palazziata dei signori Giampietro alla via Mario Pagano, si evince che alla futura sposa fu costituita in dote, oltre alla somma di lire 20.000 in contanti e al corredo del valore di 3.000 lire, “una casa palazziata con attiguo orto a secco alla via S. Rocco del valore di lire tredicimila”, confinante con l’altra “degli altri parenti Giampietro”. La casa era pervenuta a Vincenza dalla eredità paterna e al padre Alfonso dagli zii Donato, Mariantonia e Don Mario, sacerdote.

Nel 1866, Gaetano Cataldo (nato nel 1838, figlio di Angelo Maria) sposò a Marsicovetere Emilia Giampietro (di Alessandro e Benedettina Biscotti). Una figlia di Gaetano Cataldo, Benedettina, sposò il pretore Benedetto Pellegrino “fu Domenico di Roccasecca diocesi di Aquino, già pretore qui per cinque anni ed ora a Piedimonte di Alife per dove son partiti”.

Da Benedetto Pellegrini e Benedettina Giampietro nacquero Maria (madre di Paolo e Benedetto Conforti) e Domenico Pellegrini – Giampietro.

Nota storica a cura di Dino Collazzo

Palazzo Carbone

Leggi di seguito la storia del palazzo


Il palazzo assunse la conformazione e la destinazione attuale solo fra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX.

Nel corso dei secoli precedenti era invece destinato a magazzino del Marchese Caracciolo, dove si conservavano i prodotti della terra (grano, orzo, avena, olio), oltre che a cantina.

Nell’ Inventario del mobile sistente nel Castello della Terra di Brienza fatto oggi 8 giugno 1770 si legge, difatti: “cinque botti piene di vino, di pertinenza della cantina, sono nel Bottaro situato al Magazzino vicino la Taverna”. Nel magazzino, dunque, c’era anche la cantina; accanto, era posta la Taverna (probabilmente nel luogo oggi occupato da Palazzo Tepedino).

L’esatta collocazione del magazzino e della taverna è consentita dal fatto che, negli Stati delle Anime, la rua della Taverna era posta tra quella di San Cataldo (la parte superiore di via Mario Pagano), il Casale e San Zaccaria (la parte inferiore di via Mario Pagano).

La funzione di magazzino è resa evidente anche dalla larghezza del portone d’ingresso, superiore a quella di tutti gli altri palazzi del luogo e tale da consentire l’ingresso nell’ampio corte dei carri che trasportavano i generi alimentari.

Sulla parete laterale che sporge su vicolo fra via Mario Pagano e via Roma, in alto, è posto lo stemma lapideo della famiglia Caracciolo.

Nota storica a cura di Dino Collazzo

Palazzo Paladini

Leggi di seguito la storia del palazzo

È stata la dimora, per quasi due secoli e fino alla fine del Settecento, dei baroni Lentini. Giovan Battista Lentini, dottore di legge, nel Seicento divenne Regio Doganiere a Monopoli. Alla sua morte, nel 1730, lasciò eredi i due nipoti, il prete don Rocco e Cesare. Figli di Valenzio e di Agnese di Biaso, Cesare diventò a sua volta Regio Doganiere, dividendosi fra Monopoli e i feudi di Gallicchio e Missanello, che acquistò nel 1737 (a Gallicchio costruì il palazzo baronale). A Monopoli costruì il palazzo Lentini, sul porto con ampia balconata ad archi ogivali, e la Villa del Barone, residenza signorile di grande fascino. Morì a Brienza nel 1755 nella sua casa alla rua di S. Zaccaria, lasciando tutti i suoi beni al nipote Giovan Battista, cittadino di Napoli per privilegio reale.

Nel Catasto Onciario del 1746, don Gennaro Lentini dichiarò di vivere con la sorella Rosa (vedova di Francesco Cavallaro di Calvello e madre di Agnese Cavallaro, moglie di Francesco Antonio Paternoster; vedi palazzo Patenoster). Nel suo nucleo viveva anche il nipote Giovan Battista (l’erede del barone Cesare), orfano di entrambi i genitori, Giuseppe Antonio e Giacinta di Effembrum napolitana. La casa in cui abitavano era composta di cinque stanze. Lo stesso don Gennaro sottoscrisse anche la rivela in nome e per conto del fratello barone Cesare, dichiarando di avere al suo servizio cinque servitori e che il palazzo del barone era composto di venti stanze.

A partire dal 1786, nel palazzo baronale dei Lentini compare la famiglia del prete don Cataldo Paladino (casa di esso d. Cataldo sita a S. Zaccaria comprata dall’Ill.mo Barone Lentini; così nell’atto del 30 aprile 1786 del notaro Collazzo). Nei capitoli matrimoniali per le nozze fra il dottore fisico Antonio Paladino e Maria Antonia Restaino del 1798 si parla inoltre di una casa palazziata in più membri sita e posta nella rua di S. Zaccaria, con giardino murato attaccata alla medesima, propriamente quella comprata dall’Ill.mo D. Gianbattista Lentini barone di Gallicchio (atto notaro Collazzo).

I Paladino, dunque, acquistarono il palazzo del barone Lentini intorno al 1780. Gianbattista Paladino, padre di don Cataldo, era un massaro di campo e abitava in una modesta casa di quattro stanze a Santa Croce. Intorno al 1770 divenne conservatore2 del Marchese Litterio Caracciolo. È dunque da presumere che, grazie a questo impiego, riuscì a mettere insieme l’enorme somma necessaria per l’acquisto del palazzo.

Nella chiesa di San Zaccaria, nel cappellone a sinistra dell’altare maggiore, esiste tuttora la cappella di S. Gaetano, di jus patronatus della famiglia Lentini. Sul pavimento è visibile la pietra tombale, riccamente decorata.

Nota storica a cura di Dino Collazzo

Palazzo Paternoster (Santa Maria)

Leggi di seguito la storia del palazzo

Più corretto sarebbe chiamarlo Palazzo Labriola – Paternoster. A edificarlo, infatti, fu Cataldo Labriola agli inizi del XIX secolo. Prima dell’Ottocento il palazzo non esisteva, nelle forme in cui oggi noi possiamo conoscerlo.

Figlio di Giuseppe e di Teresa D’Elia, Cataldo Labriola sposò Rosaria Giampietro. L’unica sua figlia superstite, Maria Serafina, sposò Raffaele Paternoster (di Cataldo e Marianna Marotta). Raffaele, dopo il matrimonio, andò a vivere in casa dei suoceri a Santa Maria.

Alla morte dei genitori, Maria Serafina Labriola ereditò il palazzo che, per successione, pervenne poi ai Paternoster, suoi figli.

Il palazzo fu edificato solo agli inizi del XIX secolo, unificando più unità immobiliari, come è agevole anche notare dalla conformazione delle mura perimetrali, che non sono perfettamente allineate.

Sicuramente Cataldo Labriola ereditò dallo zio prete don Pietro D’Elia (fratello della madre) la casa in cui egli abitò, posta di fronte alla Chiesa di Santa Maria. Ad essa accorpò altre unità immobiliari, fra le quali la casa di sei stanze che Filippo Viscardi acquistò da Litterio Caracciolo nella seconda metà del Settecento (e che fu evidentemente costretto a vendere dopo che fu accusato dell’omicidio della moglie, Luigia D’Elia, sorella di don Pietro e zia di Cataldo Labriola).

Il palazzo ha perso gran parte del suo fascino, una volta rappresentato soprattutto dal magnifico salone, interamente affrescato e nel quale campeggiava una enorme libreria di noce murata. Rimangono, quale esempio di costruzione autosufficiente per tutta l’economia familiare, i due piani sottostanti, nei quali è possibile osservare i locali adibiti a stalle, magazzini e forni.

Nota storica a cura di Dino Collazzo

Palazzo Paternoster (via M.Pagano)

Leggi di seguito la storia del palazzo

La famiglia Paternoster, stabilita a Brienza da tempo remoto, compare sin dal XVI secolo, tempo in cui notar Giovanni Paternoster e Angelo Paternoster, fratelli, “succedendo nell’eredità di un di loro ricco zio, chiamato D. Damiano Viscardelli e dividendola fra loro, vennero a stabilire due case diverse”.

Il notaro Domenico Paternoster, sposata nel 1716 in seconde nozze Isabella D’Elia da Tito, passò ad abitare nella casa palazziata di San Cataldo, acquistata in parte dal dottor Nicola Ferrarese e in parte dagli eredi di tale Ursino Di Stefano. Sino a tale epoca, la famiglia aveva vissuto in altra casa palazziata alla Piazza, poi venduta al Marchese Caracciolo.

Gaetano, figlio di Domenico, sposò Rosa Pagano, zia paterna di Francesco Mario Pagano. La figlia Maria Giuseppa sposò il famoso Francesco Saverio Bruno, professore di diritto civile all’Università di Napoli. L’altro figlio Francesco Antonio sposò invece Agnese Cavallaro, nipote per parte di madre del Barone Cesare Lentini (vedi palazzo Paladini), trasferendosi con il fratello prete Gianbattista in altra casa palazziata alla Piazza acquistata dai signori Menafra. Questo ramo della famiglia si estinse alla fine del Settecento.

Domenicantonio, figlio di Gaetano, dottorato in legge, fu governatore a Montecalvo e successivamente ad Acerenza. Il figlio Cataldo fu a sua volta governatore dei Caracciolo a Atena. Nel 1797 sposò Marianna Marotta di Vibonati. Il loro secondogenito, Raffaele, sposò Maria Serafina Labriola ed ereditò la casa palazziata della moglie di Santa Maria (che originariamente non era Palazzo Paternoster, ma Palazzo Labriola, costruito da Cataldo Labriola).

Nel corso dei mesi di giugno e luglio 1857, “trovandosi compite le restaurazioni e rimodernazioni fatte alla Casa nei precedenti anni 1853 e 1856 con la spesa di circa mille ducati, si fece dipingere la nuova Galleria e l’intero quarto e situare la ringhiera di ferro alla gradinata”.

Col terremoto del 1857 la casa “in parte cadde e in parte restò danneggiata, in modo da non poter essere più abitabile”. La famiglia si trasferì nelle botteghe che all’epoca si trovavano di fronte al palazzo. Il 25 marzo 1860, dopo esser stata interamente demolita, “si gettarono le nuove fondamenta e si diede principio alla fabbrica per riedificarla con nuovo ordine e disegno” (affidando i lavori al mastro Cataldo Tepedino).

Il 21 agosto 1862, “essendosi riedificata la casa tutta dalle fondamenta e trovandosi già perfezionato un quarto, la famiglia rientrò nel nuovo palazzo”. Nel corso del 1863 la casa fu interamente completata e resa abitabile.

L’11 giugno 1875 fu spedito con Breve Pontificio l’indulto di un oratorio privato in casa della famiglia intestato ai tre fratelli Cataldino, Ciccillo e Catellino con facoltà di far celebrare e sentire la messa nelle feste di precetto per gli individui della famiglia stessa.

Nota storica a cura di Dino Collazzo

Palazzo Perrelli

Leggi di seguito la storia del palazzo

La famiglia Perrelli compare per la prima volta a Brienza nel 1783. Emanuele, di Zumbrano Motta, in provincia di Cosenza, giunse a Brienza in qualità di salariato del Marchese Litterio Caraccio, capo della squadra dei suoi guardaboschi. A Brienza sposò Anna Carlone e fu censito alla rua del Casale. Anche il figlio Michele fu registrato, nel 1800, nella stessa rua.

Questi dati ci indicano che l’attuale palazzo, costruito solo dopo il terremoto del 1857, non era originariamente di proprietà della famiglia. Solo dal 1843 i figli di Michele, i due preti don Emanuele e don Cataldo e il notaro Raffaele, furono infatti censiti alla Rua di San Zaccaria.

È possibile sostenere che l’abitazione originaria dei Perrelli fosse quella, più piccola, con accesso sull’attuale via Roma (sul portale è incisa la data del 1821, diversa da quella del portone principale), originariamente separata dal resto dell’attuale palazzo. Ciò è reso evidente anche da un’altra circostanza: il prospetto principale della facciata è infatti asimmetrico (il numero di finestre a sinistra del portone è superiore a quello delle finestre a destra).

Prima del terremoto del 1857 vivevano in case palazziate, alla rua di San Zaccaria, le famiglie Altavista, Palladino e Menafra. È plausibile dunque affermare che l’attuale palazzo Perrelli era originariamente la casa palazziata del Regio Notaro Francesco Antonio Sabbatella (l’unica altra palazziata posta sulla stessa rua), nella quale viveva con il fratello prete Virgilio e i figli Antonio, anch’egli prete, e Isabella.

Nel Catasto Onciario di Brienza redatto nel 1746, difatti, don Virgilio Sabbatella dichiarò di abitare in una casa di stanze tre a San Zaccaria, confinante con altre case del fratello notaro e del nipote diacono. A sua volta, Antonio dichiarò di abitare in una casa di tre camere, contigua a quella del padre. Il notaro Francesco Antonio non dichiarò il numero di stanze nelle quali abitava, ma è da supporre che il numero complessivo di vani fosse superiore a dieci.

Il 10 giugno 1800 fu aperto il testamento di Isabella Sabbatella, ultima superstite della famiglia, con il quale ella lasciò la casa di San Zaccaria “che confina con gli eredi del quondam Mag.co Carlo Menafra” (l’attuale palazzo Doti) ai suoi eredi universali, Giovanni Grano e Felicia Pagano. Non risulta che i due coniugi abitarono mai nel palazzo ed è quindi presumibile concludere che essi lo vendettero, qualche anno dopo, ai Perrelli.

Nota storica a cura di Dino Collazzo

Porta di Fore seu della Piazza

Leggi di seguito la storia del palazzo

Sull’esatta denominazione di tale luogo, si veda A. CAPANO, Beni culturali e Storia a Brienza e nel suo territorio – Catalogo della mostra, Agropoli 1989

L’accesso al borgo era difeso da tre porte, come si legge nell’Apprezzo del tavolario Gennaro Pinto del 1625, in cui è scritto: S’entra in essa terra con tre porte, una si dice la porta di fore, seu della piazza, l’altra si dice la porta di S. Martino e l’altra la porta del fosso.

La Porta di Fore era dunque collocata nei pressi della Piazza, ovvero quella che è oggi denominata Piazza del Sedile e precisamente fra due edifici, uno dei quali turrito ed adibito a carcere (l’attuale casa Cozza) e l’altro costituito dal caratteristico palazzo del Chiazzino.

Di difficile attribuzione familiare è tale ultimo palazzo.

Studi recenti condotti sul Catasto Onciario del 1747 suggeriscono con molta probabilità che il palazzo fosse in origine di proprietà della famiglia Menafra. I Menafra, che nel corso del Seicento e della prima metà del Settecento furono una delle due o tre famiglie più facoltose e influenti del paese (si ricordi che un suo esponente, Domenico Antonio, era stato vescovo di Acerno), possedeva quattro palazzi: il primo a Santa Croce, di 8 stanze (dove “rivelarono” di abitare l’arciprete don Francesco Antonio con il fratello Angelo); il secondo “palazziato” sopra Santa Maria e disabitato, di nessuna rendita perché non s’affittano; il terzo, in cui vivevano i fratelli Giovanni, Antonio e i due preti Michelangelo e Tomaso sito alla Piazza di stanze dodici e il quarto a San Zaccaria (acquistato da Carlo Menafra e Rosa Guma nel 1770 dalle sorelle Manzella e ampliato fino a nove stanze).

Nel corso della seconda metà del Settecento la famiglia cadde in gravi difficoltà economiche: nel 1778, Michele Menafra (nipote dell’arciprete Francesco) fu costretto a vendere la casa di otto membri a Santa Croce per bisogni di vittidazione (ovvero per bisogni alimentari) al prezzo di 262 ducati; nello stesso anno, e sempre per gli stessi motivi, i Menafra furono costretti a vendere pure il quarto mezzano del palazzo a Piedicorte, confinante con altra stanza già venduta che sporge verso il Campanile (quali case furono poi unitamente retratte e comprate da S.E., ovvero dal Marchese Litterio Caracciolo). Agli inizi del XIX secolo, pertanto, tutti i discendenti Menafra si erano trasferiti in altre case di Maschito e di San Cataldo.

Tali evidenze dimostrano che il palazzo, posto immediatamente sotto il Castello Caracciolo (contrariamente a quanto pensato finora) non appartenne alla famiglia marchesale ma ai Menafra, dai quali Litterio Caracciolo l’acquistò solo alla fine del Settecento (nell’Inventario del Mobile del Castello del 1770, difatti, nella descrizione degli ambienti il “Quarto dell’Agente” era situato all’interno del Castello e non in detto palazzo, nel quale fu trasferito successivamente). Evidentemente, anche il palazzo della Piazza di dodici stanze fu venduto, considerato che già dalla seconda metà del Settecento non era abitato dalla famiglia Menafra.

È dunque possibile ipotizzare che il palazzo della Piazza fu venduto da Giovanni, Antonio e i due preti Michelangelo e Tomaso (tutti morti senza discendenti). Si tratta proprio del palazzo acquistato dai fratelli Francesco Antonio e don Gianbattista Paternoster che, dopo la separazione dal fratellastro Gaetano (rimasto ad occupare il palazzo di San Cataldo di via Mario Pagano) si trasferirono in altra casa palazziata alla Piazza acquistata dai signori Menafra.

Quando questo ramo della famiglia Paternoster si estinse, alla fine del Settecento, il palazzo passò in proprietà della famiglia Marrone.
È questa la storia del Palazzo del Chiazzino.

Nota storica a cura di Dino Collazzo